La regina del soul bianco, scomparsa sette anni fa

Una meteora che ha brillato di una grande luce nel cielo delle star della musica, disintegrata dai demoni della droga e dell’alcol e dalla sua stessa fama. Amy Winehouse, la cantante londinese regina della new generation del soul bianco, è scomparsa il 23 luglio del 2011. A soli 27 anni. Come tante leggende legate a quel numero, che ha atteso anche lei al capolinea. “Amy mi diceva sempre che sarebbe morta giovane e che sapeva che sarebbe finita nel Club dei 27. Quella di morire come una leggenda per lei era quasi una necessità”. A raccontare questo particolare, Alex Foden, ex parrucchiere e amico della cantante. Per un anno e mezzo hanno vissuto insieme, nel periodo peggiore della sua dipendenza dalla droga. Proprio Foden, la descrive tracciandone un ritratto che la mostra, nell’immortalità di un mito che ha creato lo stile Winehouse. “Amy aveva un alveare in testa. Ha preso in prestito l’acconciatura da ‘The Ronettes’, girl group statunitense di genere pop del ’59, e il trucco da Cleopatra”. L’alveare dell’acconciatura vintage di quei capelli sempre un pò ribelli, ma anche l’alveare di una mente travagliata, in senso metaforico.

Il genio musicale di un’artista che ha saputo combinare magicamente elementi della musica soul e jazz degli anni Sessanta a suoni di un R&B contemporaneo, era combattuto da non pochi demoni che volteggiavano come api impazzite nella sua testa. Da quell’incontro maledetto con il marito Blake Fielder, che poco dopo il loro matrimonio a Miami nel 2007, l’aveva introdotta all’eroina, al crack e all’autolesionismo. Un’influenza dannosa, ma chi ha conosciuto davvero la coppia non ha mai negato la forza del loro amore. Un amore tornato prepotentemente il giorno del primo anniversario della morte di Amy, quando Fielder, trovando lettere e sms spediti dalla cantante prima della tragedia, aveva tentato il suicidio. “Ho portato mia moglie giù per una strada che non avrebbe mai dovuto percorrere”. Ma Amy è morta sola, per avvelenamento da alcol. Trovata senza vita dalla sua guardia del corpo, nel letto della sua casa al numero 30 di Camden Square. Le sue ultime ore, le avrebbe passate bevendo massicce quantità di vodka. E guardando, come in un nostalgico addio, i video delle sue esibizioni su YouTube.

Da ‘Frank’ a ‘Back to Black’, i successi di Amy 

Il suo album di esordio, ‘Frank’, viene pubblicato nel 2003. Prodotto da Salaam Remi, con superficiali influenze jazz e, salvo due cover, ogni canzone è scritta, anche se non interamente, dalla Winehouse. Poi il debutto in tv nella trasmissione ‘Later… with Jools Holland’, cantando ‘Stronger Than Me’ e ‘Take the Box’. L’album arriva in cima alle classifiche britanniche, quando nel 2004 viene nominato ai ‘BRIT Awards’ nelle categorie ‘British Female Solo Artist’ e ‘British Urban Act’. Riceve due dischi di platino e vende un milione e mezzo di copie. Due anni più tardi, viene pubblicato a livello mondiale l’album ‘Back to Black’, che in Inghilterra arriva alla vetta della ‘UK Albums Chart’ in pochissime settimane. Negli States l’album raggiunge la settima posizione, un grande esordio per un disco di una cantante inglese nella Billboard 200. Il singolo apripista è ‘Rehab’, tormentone mondiale dove Amy parla del suo rifiuto di disintossicarsi dall’alcol. Il quinto singolo pubblicato nel 2007, ‘Love Is a Losing Game’, considerata una delle sue canzoni migliori, ha vinto il premio Ivor Novello nella categoria miglior canzone ed è stata sottoposta come testo d’esame a Cambridge.

Il 2008 è l’anno in cui vince cinque Grammy Award. Un anno molto tormentato: due giorni dopo l’uscita da una clinica nella quale era entrata per un enfisema polmonare, canta di fronte a oltre 46mila spettatori giunti a Hyde Park a Londra, per festeggiare i 90 anni di Nelson Mandela. Poi il lavoro al suo terzo disco, che Amy non vedrà mai. La morte della cantante arriva improvvisamente prima della pubblicazione di quest’ultimo lavoro, che contiene, oltre a brani inediti, anche demo di vecchia data rimasti fino ad allora sconosciuti. Prima della pubblicazione dell’album, è stato pubblicato attraverso il canale YouTube della cantante un video intitolato ‘Amy Winehouse – Hidden Treasures Story‘. Qui i produttori Salaam Remi e Mark Ronson, descrivendone il contenuto, dicono così addio alla loro artista. “È stata dura, ma è stata anche una cosa incredibile. Amy era una ragazza di talento. Credo che lei abbia lasciato qualcosa che va oltre i suoi anni. Ha messo un corpo di lavoro insieme che potrà ispirare una generazione non ancora nata”.

Amy Winehouse stilista: “Se morissi domani, sarei una ragazza felice”

Amy Winehouse è stata anche una produttrice discografica. Nel 2009 ha fondato la sua etichetta, la ‘Lioness Records’, ispirata da una collana con una leonessa regalatale dalla nonna, Cynthia. Ma dopo la sua morte l’incarico di dirigente della casa discografica è rimasto scoperto, il sito web è stato chiuso ed è stata lasciata solamente la pagina all’interno di Facebook. Cantante, chitarrista, produttrice discografica e anche stilista. Alla fine del 2010 Amy collabora con il marchio britannico Fred Perry, per la realizzazione di diversi modelli di vestiti. Prima della sua morte, viene annunciata la collezione ispirata allo stile della cantante con l’alveare in testa. Lei ne è entusiasta. Parlando della collezione in un’intervista dirà infatti: “Se morissi domani, sarei una ragazza felice”. Poi la sua tragica fine, e la decisione del marchio Fred Perry, in accordo con il padre della cantante, di devolvere tutti gli incassi delle collezioni create da Amy alla ‘Amy Winehouse Foundation’. La fondazione, nata a settembre del 2011 per prevenire gli effetti di abuso di alcol e droga sui giovani. Tanti gli omaggi a questa artista sublime e dannata, tante le tracce lasciate nella musica nonostante il suo breve ma intenso passaggio.

La ragazza dalla voce seria, dalla potenza incredibile di tre ottave. “La sua profondità insolita e la potenza della sua voce, sono quegli elementi che hanno reso il suo tono umano e divino allo stesso tempo”, disse Teresa Wiltz sulle pagina del Washington Post. Un’icona vocale che ha  influenzato molti artisti, soprattutto dopo l’ondata di successo avuta con ‘Back to Black’. Da Adele, altra grande interprete del soul bianco insieme a Duffy, alle italiane Nina Zilli e Noemi. Ispirate alla luce di quella meteora divina e dannata, che nel precipitare ha lasciato un segno anche tra gli ultimi attraverso iniziative di beneficenza. Nel cuore di Amy c’erano soprattutto i bambini più disagiati, e questo non è mai stato ben noto al grande pubblico. Anche se tra gli artisti e gli enti benefici, era anche un’icona di generosità. “Chiedi a Amy e lei lo farà”, era la frase pronunciata e raccontata da molti. Come quando, nel 2008, una dottoressa della clinica dove Amy era ricoverata per l’effetto collaterale causatole da alcuni farmaci, aveva detto in un’intervista: “Ha accudito alcuni pazienti e ha servito loro i pasti caldi; ci ha stupiti tutti”. Amy Winehouse era anche questo. Un cuore grande in un’anima fragile.

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