Quattro anni fa la scomparsa di un attore eclettico e geniale

Da Mork, l’alieno umanoide arrivato sulla Terra dal pianeta Ork su un’astronave a forma di uovo. Al professor John Keating, tenace, rivoluzionario e fuori dagli schemi in un liceo vecchio stile e conservatore. E ancora, papà e domestica con un duplice ruolo da trasformista eccellente in Mrs. Doubtfire, e nei panni del re della risoterapia, Patch Adams. Tanti ruoli per un attore eclettico e geniale, Robin Williams, scomparso l’11 agosto di quattro anni fa. Il professore, così profondo, immortalato per sempre ne ‘L’attimo fuggente’, così coraggioso nell’esortare i suoi studenti a cogliere l’attimo, ha mostrato al mondo il volto della fragilità umana. Quella di non reggere il peso della malattia. Affetto da una patologia neurodegenerativa, chiamata demenza da corpi di Lewy, Williams era imprigionato in frequenti allucinazioni visive. Così, nell’estate del 2014, ha compiuto il gesto estremo.

Suicidio, come accertato dalle indagini dopo la tragedia. Durante l’ultimo anno, come ha raccontato la moglie Susan, l’attore era stato vittima di allucinazioni, tremore alla mano sinistra, insonnia e attacchi di panico. Non solo, Williams aveva avuto crisi di paranoia e perdite di memoria, che lo avevano colpito per la prima volta sul set di ‘Una notte al museo 3’. Ma l’ultimo giorno della sua vita, sempre secondo la testimonianza di Susan, era lucido e tranquillo, tanto da non fare sospettare nulla di quello che sarebbe accaduto. Eppure chi gli stava intorno conosceva la sua sofferenza. “Se fosse stato fortunato – ha confessato la moglie – Robin avrebbe avuto forse altri tre anni di vita. Ma sarebbero stati anni duri e con una buona probabilità sarebbe stato rinchiuso. Robin era consapevole del fatto che stesse impazzendo e che non potesse farci niente, era del tutto lucido e sobrio quando è morto”.

Dall’alieno Mork a Mrs. Doubtfire, i ruoli di una carriera al top

Originario di Chicago, classe ’51, Williams aveva avuto una formazione teatrale. La sua popolarità televisiva era arrivata alla fine degli anni Settanta, interpretando l’alieno Mork nella serie televisiva ‘Mork & Mindy’. Ma la sua consacrazione era avvenuta tra gli anni Ottanta e l’inizio del Duemila, interpretando ruoli prevalentemente brillanti che gli erano valsi la fama di interprete dalla comicità debordante e fulminante. Ma anche di attore intenso e misurato. Candidato all’Oscar per le sue interpretazioni di Adrian Cronauer in ‘Good Morning, Vietnam’, del professor Keating ne ‘L’attimo fuggente’, si era aggiudicato la statuetta nel ’98, vestendo i panni dello psicologo Sean McGuire in ‘Will Hunting – Genio ribelle’, girato l’anno precedente accanto a Matt Damon e Ben Affleck.

E ancora, Robin era quel volto rassicurante protagonista immancabile dei film per famiglie. Dagli avventurosi ‘Hook – Capitan Uncino’, e ‘Jumanji’, alle commedie drammatiche ‘Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre’, e ‘Patch Adams’, ma anche dei thriller ‘One Hour Photo’ e ‘Insomnia’. Un successo per ogni ruolo e per ogni genere che interpretava, soprattutto grazie alle sue celebri abilità di improvvisatore. Istrionico, tra comicità e dramma. Ma la parte peggiore da interpretare è arrivata con la malattia. “Ho visto l’uomo più coraggioso del mondo alle prese con il ruolo più difficile della sua vita”, aveva detto la moglie Susan ricordando come nel 2013 fossero comparsi i primi sintomi. Quando, all’improvviso, mentre l’attore era sul set aveva perso la memoria. Non ricordava neppure una battuta.

Robin Williams e il tema della morte

“Sulla mia lapide ci sarà scritto solo 1951-2014. Non l’avevo ancora capito ma il problema non sono le date, è il trattino”. Una frase pronunciata da Robin Williams nella finzione del personaggio del suo ultimo suo film, ‘The Angriest Man In Brooklyn’ di Phil Alden Robinson. Ma la coincidenza delle date di nascita e di morte del celebre attore, dopo la sua scomparsa, hanno assunto tutto un altro significato. Lui che aveva interpretato spesso ruoli che avevano a che fare con la morte. Era già successo nel 1988 con ‘Al di là dei sogni’ di Vincent Ward e ‘Patch Adams‘ di Tom Shadyac. Poi con  ‘L’uomo bicentenario’ di Chris Columbus. Votato tredicesimo nella lista della ‘Comedy Central’s’ tra i cento più grandi comici di tutti i tempi, Robin sapeva anche commuovere.

Come quando, in una scena de ‘L’Attimo fuggente’, il professor John Keating era stato cacciato dalla scuola. Lasciando l’aula per l’ultima volta, i suoi ragazzi gli avevano reso omaggio, uno dopo l’altro, salendo in piedi sul banco ed esclamando: “Capitano, mio capitano!”. E lui, in quella lezione universale di vita, li incitava con una frase che è diventata un mantra del cinema: “Cogliete l’attimo, ragazzi. Rendete straordinarie le vostre vite”. Nel documentario recente a lui dedicato, ‘Come Inside My Mind’, c’è Robin Williams, la sua mente, la sua vita, i suoi amici. Il segreto, che ci rivela il documentario, è che Robin Williams parlava ai suoi personaggi. Perché tutti loro erano dentro di lui. Come nei suoi film, si piange e si ride. E ti viene voglia di salire in piedi sulla sedia, come nel finale de ‘L’attimo fuggente’.

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