Quarantanove anni fa Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna

“Un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”. L’astronauta statunitense Neil Armstrong, il 20 luglio del ’69 fu il primo uomo a posare piede sulla Luna. Da questa immensa conquista che ha segnato il corso della storia, sono passati quarantanove anni. Quasi mezzo secolo dalla missione spaziale Apollo 11, che vide protagonisti Armstrong e Buzz Aldrin, il secondo uomo a mettere piede sul suolo lunare. Quella prima passeggiata sull’unico satellite naturale della Terra, fu trasmessa in diretta televisiva mondiale. Aldrin raggiunse Armstrong sulla superficie lunare e testò i metodi migliori per muoversi, compreso il cosiddetto salto del canguro. La disposizione dei pesi nella tuta spaziale creava una tendenza a cadere all’indietro, ma nessuno dei due astronauti ebbe seri problemi d’equilibrio. Correre a passi lunghi divenne il metodo per spostarsi preferito dai due, che trascorsero due ore e mezza a scattare foto e a raccogliere campioni di roccia.

Armstrong e Aldrin misero insieme oltre ventuno chili di materiale lunare che riportarono a Terra. Un terzo membro della missione, Michael Collins, rimase in orbita, pilotando il modulo di comando che riportò gli astronauti a casa. La missione terminò il 24 luglio, con l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico. Lanciata da un razzo Saturn V dal Kennedy Space Center, Apollo 11 fu la quinta missione con equipaggio del programma Apollo della NASA. La navicella spaziale Apollo era costituita da tre parti: un modulo di comando (CM) che ospitava i tre astronauti (oggi in mostra al National Air and Space Museum di Washington), ed era l’unica parte che rientrava a Terra. Un modulo di servizio (SM), che forniva il modulo di comando di propulsione, energia elettrica, ossigeno e acqua. E un modulo lunare (LM), chiamato ‘Eagle’, per l’atterraggio sulla Luna. Fu ‘Eagle’ a toccare il suolo, in una zona chiamata Mare della Tranquillità.

La fine della corsa allo spazio tra Usa e Unione Sovietica

Un’impresa che concluse la corsa allo spazio intrapresa dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, realizzando l’obiettivo nazionale proposto nel ’61 dal presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy. In un discorso davanti al Congresso Usa il presidente affermò: “questo Paese deve impegnarsi a realizzare l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra”. E così accadde. Il sogno si era realizzato. Salutati come degli eroi una volta tornati in patria, Armstrong, Aldrin e Collins hanno ricevuto le più importanti onorificenze dello Stato.Il 20 luglio 2004 la NASA ha festeggiato il trentacinquesimo anniversario dell’allunaggio con una grande cerimonia commemorativa e con l’incontro degli astronauti ancora in vita e dei più importanti collaboratori del progetto con l’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush. Di nuovo il 20 luglio 2009, i tre astronauti furono invitati alla Casa Bianca dal presidente Barack Obama per festeggiare il 40º anniversario dell’allunaggio.

Negli Archivi Nazionali di Washington, D.C. c’è una copia del comunicato stampa, datato 18 luglio 1969, preparato per il presidente Nixon, che avrebbe dovuto leggerlo in diretta TV nel caso in cui gli astronauti della missione Apollo 11 fossero rimasti bloccati sulla Luna. “Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace. Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio. Questi due uomini stanno donando le loro vite per l’obiettivo più nobile dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza. Altri seguiranno e certamente troveranno la loro via di casa. La ricerca dell’Uomo non verrà negata. Ma questi uomini erano i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori. Ogni uomo che guarderà la Luna nella notte, saprà che c’è da qualche parte un piccolo angolo che sarà per sempre l’umanità”. Quel comunicato, per fortuna, non venne mai letto.

Neil Armstrong e il pezzo dell’elica dell’aereo dei fratelli Wright 

Neil Armstrong è deceduto nel 2012. Nel suo PPK (Personal Preference Kit) volle tenere un pezzo di legno dell’elica dell’aereo dei fratelli Wright del 1903 e un pezzo di tessuto dell’ala. Inoltre aveva con sé i distintivi di astronauta, arricchiti di diamanti, originariamente donati da Deke Slayton alle vedove dell’equipaggio dell’Apollo 1. Michael Collins e Buzz Aldrin sono invece ancora in vita. L’emblema della missione fu ideato da Collins, che volle rappresentare simbolicamente un “allunaggio pacifico degli Stati Uniti”. Rappresentò quindi un’aquila calva, con un ramo d’ulivo nel becco, che atterrava su un paesaggio lunare e con una vista della Terra in lontananza. Alcuni funzionari della NASA ritennero che gli artigli dell’aquila sembrassero troppo bellicosi e dopo qualche discussione, il ramo d’ulivo fu spostato negli artigli.

L’equipaggio scelse di non utilizzare il numero romano “XI”, ma preferì utilizzare l'”11″ arabo, temendo che il primo potesse non essere compreso in alcune nazioni. Inoltre, scelsero di non indicare i loro nomi sull’emblema, affinché esso fosse “rappresentativo di tutti coloro che avevano lavorato per permettere la missione”. In una serie di interviste rilasciate da Dean Armstrong, fratello di Neil, alla BBC e riprese dal quotidiano The Telegraph, è emerso che l’astronauta più famoso di tutti i tempi aveva pensato a cosa dire in quell’occasione speciale già qualche tempo prima di partire per la missione. Una sera, durante una partita a Risiko, l’astronauta passò a Dean un biglietto contenente la frase “One small step for a man, one giant leap for mankind”. “Cosa ne pensi?”, chiese Neil, e il fratello non poté che ammettere che era perfetta.

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