Maria Callas, la Divina e la sua voce senza tempo

Maria Callas, scomparsa il 16 settembre di 41 anni fa

La cantante lirica più grande di tutti i tempi. La Divina, Maria Callas. La sua voce intensa e unica nel colore, nell'estensione e nella vibrazione. Ma anche l'intensità delle sue interpretazioni che hanno conquistato le platee di tutto il mondo e hanno segnato la scena lirica del Novecento. Oltre ad avere una voce unica, la Callas, scomparsa a Parigi il 16 settembre del '77, ha reso incisivi e credibili i personaggi che ha interpretato con un'energia drammatica che le veniva da una vita passionale e tormentata. Il conflitto con la madre, la separazione dei genitori, il matrimonio con il suo pigmalione. Ma soprattutto l'unico amore, immenso e impossibile, quello per Aristotele Onassis, hanno segnato l'arte della cantante.

La sua vita, i suoi amori e i suoi look, sono stati per il pubblico e la stampa dell'epoca di appassionato interesse. Per una icona pop nonostante il suo amore per la lirica e il suo essere un soprano inarrivabile. La leggenda di Maria Callas non è solo per il talento nella lirica, ma per il personaggio in sé. La sua forma fisica, mediterranea e florida prima, filiforme e raffinata poi, ma sempre elegante e sofisticata. Il suo matrimonio con Beppe Meneghini e il suo amore tormentato con Aristotele Onassis. La sua affascinante storia con lo scrittore e giornalista Pierpaolo Pasolini. Una Diva, anzi la Divina, come è stata ribattezzata per il suo carisma e talento diventando un emblema della cultura collettiva.

Gli esordi e il successo della Divina

Maria Callas, nome d'arte di Anna Maria Cecilia Sophia Kalos, contrazione del cognome greco originario Kalogeropoulos, era nata a New York il 2 dicembre 1923. La soprano statunitense naturalizzata italiana era approdata in Italia nel '47. Quell'anno era entrata in contatto con Giovanni Zenatello, direttore artistico dell'Arena di Verona, giunto in America per ingaggiare nuove voci per 'La Gioconda'. Per una cifra bassissima, Maria aveva accettato, allettata dall'idea di esordire in un ruolo che finalmente sentiva adatto alla sua voce e al suo fisico. Appena arrivata a Verona, la Callas aveva incontrato Giovanni Battista Meneghini, suo futuro marito, grande appassionato di opera e possessore di una fiorente industria di laterizi. L'esordio al Festival lirico areniano le aveva assicurato una certa visibilità e un certo successo.

Ma la svolta nella sua carriera era avvenuta in modo del tutto fortuito: il 19 gennaio 1949, convinta all'ultimo momento a sostituire il soprano Margherita Carosio, indisposta, nel ruolo di Elvira ne 'I puritani'. Un successo memorabile, in realtà Maria usava da sempre la cabaletta dei Puritani come vocalizzo. L'elasticità dell'organo vocale rimase una caratteristica degli anni d'oro. Dal '51, la parte più sfolgorante della sua carriera, con l'inaugurazione della stagione lirica alla Scala di Milano. E con il trionfo nel ruolo de 'La Duchessa Elena' ne 'I vespri siciliani'. Era l'inizio di grandi successi, interpretando le più grandi figure femminili della lirica: da Norma e Costanza a Lady Macbeth, dalla Gioconda alla Lucia di Lammermoor. Poi tra il '52 e il '54 la trasformazione. La cantante aveva perso 36 chili. Compilò anche un calendario, con sette opere interpretate in quegli anni, ponendo accanto la cifra del calo di peso per ognuna.

Maria Callas, dalla trasformazione al declino

La Callas dopo la trasformazione era un'altra donna, anche se il suo talento era immutato. Più che la dieta, tuttavia, fu il modello preso da Callas a destare impressione. L'attrice Audrey Hepburn, vista in 'Vacanze romane', era quanto di più lontano dalla corporatura e dai tratti fortemente marcati della cantante. Frangia, chignon, trucco, espressione, camicette a fiori, foulard, gonne ampie e vita strettissima: l'imitazione era smaccata. Il suo modo di cantare, già forte di una capacità di fraseggio unica, si perfezionò e si arricchì ulteriormente in fatto di morbidezza e colore, sfumature, e raggiunse livelli notevolissimi; con i capelli schiariti e una linea da indossatrice. Nel '57 l'incontro con Onassis. Maria Callas aveva deciso di essere perdutamente innamorata del greco e di lasciare il marito. Ma le sue condizioni vocali mostravano segni di logoramento. La Diva era ormai in declino. Nel '59, in rotta con la Scala e col Metropolitan, aveva iniziato a diradare gli impegni, terminando comunque una serie di concerti negli Stati Uniti e in Europa.

Maria Callas, la Divina e la sua voce senza tempo

Fino agli ultimi anni, e alla depressione, dopo che l'armatore Onassis aveva deciso di sposare Jacqueline Kennedy, da poco vedova di John Fitzgerald Kennedy. Nel '74 il tour mondiale con Giuseppe Di Stefano, con la sua ultima esibizione in pubblico. Tre anni dopo, la scomparsa di Maria Callas, il 16 settembre 1977. Il referto medico indicò l'arresto cardiaco come causa del decesso, smentendo le voci di suicidio. Dopo la morte, i vestiti di Maria Callas, come quelli di Margherita Gautier, sono andati all'asta a Parigi. C'è una lapide in suo ricordo presso il cimitero di Pere Lachaise. Ma le sue ceneri sono state disperse in mare. A Bruna Lupoli, sua cameriera storica, la Divina aveva espresso le sue ultime volontà. "Fai spargere le mie ceneri nel mar Egeo. Abbraccerò il mio Aristo attraverso il mare…".

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Alfonsina Strada, la prima e unica donna del Giro d'Italia

Alfonsina Strada, la donna del Giro d'Italia scomparsa 59 anni fa

Ai tempi di Girardengo e dei pionieri del ciclismo, c'è stata una donna che a suo modo ha fatto la storia del Giro d'Italia. Alfonsina Strada, scomparsa a Milano il 13 settembre del 1959. La prima e unica 'quota rosa' introdotta nel Giro, tutto al maschile eccetto che in una speciale edizione. Era il 10 maggio del 1924. Prima della grande competizione sportiva che disputò a trentatré anni, la sua era già una storia rivoluzionaria. Originaria di Castelfranco Emilia, classe 1891, Alfonsina già a dieci anni aveva una passione fuori dal comune per la sua due ruote. A quattordici anni partecipava di nascosto alle gare di ciclismo, con la scusa di andare in Chiesa per la messa. Scoperta dalla madre, era stata messa di fronte a un bivio: continuare a correre o andare via di casa.

Alfonsina, che a quattordici anni scelse la bicicletta, aveva sposato il meccanico Luigi Strada. Con il marito, suo primo supporter e manager, si era trasferita a Milano. Come regalo di nozze, una nuova inseparabile compagna. Quella bicicletta da corsa protagonista delle sue imprese sportive. Due anni dopo, nel 1907, era già la migliore ciclista italiana. Titolo che si era guadagnata a Torino, dove il ciclismo era assai praticato in un clima in cui le donne su due ruote non erano motivo di scandalo. Gara dopo gara, battendo anche la famosa Giuseppina Carignano, in poco tempo era già in vetta alla classifica. Nel 1911 a Moncalieri aveva stabilito il record mondiale di velocità femminile, con il risultato di 37,192 chilometri l'ora, superando quello stabilito otto anni prima dalla francese Louise Roger.

Il debutto del 'Diavolo in gonnella' al Giro di Lombardia

Il 'Diavolo in gonnella', appellativo che le avevano affibbiato i suoi primi fan emiliani, in piena Grande Guerra aveva mostrato tutta la sua determinazione. Nel 1917 si era presentata alla redazione della Gazzetta dello Sport per chiedere di potersi iscrivere al Giro di Lombardia. Nessun regolamento glielo impediva, essendo tra l'altro tesserata come dilettante di seconda categoria, e così Armando Cougnet, patron delle corse, l'aveva autorizzata a gareggiare. Alfonsina aveva preso il via con il numero 74, con altri quarantatré ciclisti. Tra di loro c'era il mitico Costante Girardengo, e nomi come Philippe Thys, Henri Pélissier e Gaetano Belloni. Il 'Diavolo in gonnella' era al traguardo dopo il tramonto, con un’ora e mezza di distacco e come ultima classificata. Ma venti corridori, quasi la metà, si erano ritirati.

Nonostante i commenti pungenti e i pregiudizi nei suoi confronti, Alfonsina nel 1918 si era iscritta all'edizione della Milano-Modena, ma si era dovuta ritirare per una brutta caduta. Con la sua tenacia e determinazione, qualche mese più tardi era già ai nastri di partenza del Giro di Lombardia. Di quarantanove iscritti solo trentasei si erano presentati e in quattordici si erano ritirati durante la corsa. A vincere era stato Belloni, mentre Alfonsina si era piazzata ventunesima a 23 minuti, superando allo sprint il comasco Carlo Colombo, relegato così all'ultimo posto. Ormai l'obiettivo della 'Regina della pedivella', questo un altro dei suoi soprannomi, era divenuto quello di partecipare al Giro d'Italia. E così fu.

Alfonsina Strada al Giro d'Italia, la prima donna della 'corsa rosa'

Il 1924 fu l'anno della storia di Alfonsina al Giro d'Italia, detto anche 'Corsa rosa'. Corsa rosa che nella vicenda della partecipazione di Alfonsina diventa un'affascinante metafora. Ebbene, la regina del ciclismo aveva avuto l'autorizzazione a iscriversi da Emilio Colombo e Armando Cougnet, rispettivamente direttore e amministratore della Gazzetta dello Sport. Autorizzazione che aveva probabilmente motivi promozionali. In un Giro senza Girardengo e altri nomi per ragioni economiche, il 'Diavolo in gonnella' poteva rappresentare una inconsueta attrazione. La sua partecipazione al Giro d'Italia era rimasta un segreto fino quasi alla vigilia della corsa. A tre giorni dalla partenza però il suo nome era comparso sulla Gazzetta dello Sport come 'Alfonsin Strada di Milano'. I meno maligni avevano pensato a un errore di battitura e non a una precisa volontà. Fatto sta però che un altro quotidiano, il Resto del Carlino di Bologna, aveva scritto il nome 'Alfonsino Strada'.

La regina del Giro prendeva così il via in un percorso difficile di oltre 3600 chilometri, fatto di dodici tappe da compiere su strade poco asfaltate. Il tutto con una bicicletta del peso di oltre venti chili, tra buche, cadute e intemperie. In una competizione davvero massacrante, durante la tappa L'Aquila-Perugia Alfonsina era giunta fuori tempo massimo. Alcuni membri della Giuria volevano graziarla, ma la maggioranza aveva optato per la linea dura: escludere il 'Diavolo in Gonnella' dalla corsa. Colombo le aveva dato però la possibilità di proseguire, anche se fuori classifica, pagandole alloggio e massaggiatore di tasca propria. Al passaggio in Emilia, l'aveva accolta un fiume di applausi e abbracci dei suoi concittadini, conquistati da quella ragazza in maglietta e pantaloncini forte e determinata. Alfonsina era arrivata a Milano trionfante. Una vincitrice perchè su novanta partecipanti i due terzi si erano arresi.

Alfonsina Strada e la sua 'rivoluzione rosa'

Quello del 1924 era stato l'unico Giro per Alfonsina, almeno come ciclista in gara. Ma la regina dei pedali, morta a Milano (che le ha intitolato una strada) il 13 settembre di 59 anni fa, ha vinto la bellezza di trentasei gare con colleghi maschi, conquistando la stima e l’amicizia di grandi come Gino Bartali, Fausto Coppi, Fiorenzo Magni e Girardengo. Ed è stata protagonista di una piccola grande 'rivoluzione rosa' in uno sport allora tutto al maschile. Del resto il Giro d'Italia era nato nei primi del Novecento, per la precisione nel 1909, da un'idea del giornalista Tullo Morgagni. E da oltre un secolo si è sempre disputato, ad eccezione di alcuni stop durante i conflitti mondiali. Ed ha visto tra i recordman di vittorie italiane Alfredo Binda e Fausto Coppi. Oggi il Giro d'Italia delle donne è il Giro Rosa o Giro d'Italia Femminile Internazionale, la corsa a tappe del ciclismo su strada che ripercorre l'impresa di Alfonsina.

Organizzato per la prima volta nel 1988, con la vittoria di Maria Canins, è uno dei Grandi Giri del ciclismo femminile che dal 2016 è parte del calendario Women's World Tour. Alfonsina Strada è stata una vera pioniera nello sport e nel costume. Protagonista di racconti, libri e canzoni che l'hanno resa una vera icona. Nell'album del gruppo musicale dei Têtes de Bois, intitolato Goodbike e dedicato interamente al tema del ciclismo c'è la canzone 'Alfonsina e la bici'. Tra le note dei ricordi una strofa :"Alfonsina ha le gambe dure (gambe dure e scure)/Alfonsina ha le spalle strette (strette quelle curve maledette)/Alfonsina ha lacrime di giada (Alfonsina Strada! Alfonsina Strada!).

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Neil Armstrong, il primo uomo a posare piede sulla Luna

Sei anni fa la scomparsa di Neil Armstrong

"Un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità". L'astronauta statunitense Neil Armstrong, che il 20 luglio del '69 fu il primo uomo a posare piede sulla Luna, moriva il 25 agosto di sei anni fa. Ha lasciato un segno indelebile nella storia, con quello sbarco che negli anni ha visto moltiplicarsi numerose teorie. Dividendo il mondo tra complottisti e sostenitori di questa immensa conquista dalla quale sono passati quarantanove anni. Quasi mezzo secolo dalla missione spaziale Apollo 11, che vide protagonista proprio Armstrong insieme con Buzz Aldrin, il secondo uomo a mettere piede sul suolo lunare. Quella prima passeggiata sull'unico satellite naturale della Terra, fu trasmessa in diretta televisiva mondiale. Aldrin raggiunse Armstrong sulla superficie lunare e testò i metodi migliori per muoversi, compreso il cosiddetto salto del canguro. La disposizione dei pesi nella tuta spaziale creava una tendenza a cadere all’indietro, ma nessuno dei due astronauti ebbe seri problemi d’equilibrio. Correre a passi lunghi divenne il metodo per spostarsi preferito dai due, che trascorsero due ore e mezza a scattare foto e a raccogliere campioni di roccia.

Neil Armstrong, il primo uomo a posare piede sulla Luna

Armstrong e Aldrin misero insieme oltre ventuno chili di materiale lunare che riportarono a Terra. Un terzo membro della missione, Michael Collins, rimase in orbita, pilotando il modulo di comando che riportò gli astronauti a casa. La missione terminò il 24 luglio, con l'ammaraggio nell'Oceano Pacifico. Lanciata da un razzo Saturn V dal Kennedy Space Center, Apollo 11 fu la quinta missione con equipaggio del programma Apollo della NASA. La navicella spaziale Apollo era costituita da tre parti: un modulo di comando (CM) che ospitava i tre astronauti (oggi in mostra al National Air and Space Museum di Washington), ed era l'unica parte che rientrava a Terra. Un modulo di servizio (SM), che forniva il modulo di comando di propulsione, energia elettrica, ossigeno e acqua. E un modulo lunare (LM), chiamato 'Eagle', per l'atterraggio sulla Luna. Fu 'Eagle' a toccare il suolo, in una zona chiamata Mare della Tranquillità.

La carriera dell'astronauta più famoso al mondo

Armstrong, originario dell'Ohio, a quindici anni aveva già ottenuto il suo primo brevetto di volo, prima ancora della patente di guida. Nel '47 l'inizio degli studi di ingegneria aeronautica alla Purdue University. Dopo la laurea, la carriera di pilota di velivoli sperimentali modificati a partire da bombardieri. Il futuro astronauta, volando a bordo di uno di questi aerei, nel '56, aveva avuto il primo dei tanti incidenti in cui era rimasto coinvolto. Due anni più tardi l'inizio della carriera da astronauta. Armstrong era stato inserito nel programma 'Man In Space Soonest' della U.S. Air Force con il quale gli statunitensi si prefiggevano di sconfiggere i sovietici nella corsa allo spazio. Poi l'annuncio della formazione di una nuova squadra di aspiranti astronauti per il Programma Apollo. Armstrong aveva presentato la propria candidatura il primo giugno del '62, con i termini per la presentazione scaduti una settimana prima. Ma Dick Day, un suo camerata alla base Edwards, vedendo l'arrivo tardivo della domanda l'aveva inserita insieme alle altre prima che qualcuno se ne accorgesse.

Neil Armstrong, il primo uomo a posare piede sulla Luna

Poi la selezione di Armstrong nel gruppo di astronauti della NASA che i giornalisti avevano ribattezzato 'New Nine'. Dopo il ruolo di riserva nell'equipaggio dell'Apollo 8, gli era stato offerto il comando dell'Apollo 11. Nel marzo del 1969, in una riunione dei vertici della missione, era stato deciso che il primo uomo a posare il piede sulla Luna sarebbe stato proprio Armstrong, grazie alla sua umiltà ed esperienza. Il 16 luglio l'astronauta aveva ricevuto una falce di luna di polistirene dall'ingegnere Guenter Wendt, che gliela presentò come una chiave per la Luna. In cambio Armstrong gli offrì un biglietto per un "taxi spaziale, buono per due pianeti". Poi l'inizio del viaggio verso la luna. Durante il lancio dell'Apollo 11 il cuore di Armstrong aveva raggiunto i 110 battiti al minuto. Solo nel 2005, Armstrong rese noti i suoi timori iniziali di un possibile fallimento della missione. Pensava infatti che avessero solo il 50 per cento di probabilità di riuscita. Nel descrivere le sue emozioni dopo l'allunaggio disse: "Ero sollevato, estasiato ed estremamente sorpreso che avessimo avuto successo".

Neil Armstrong e il pezzo dell'elica dell'aereo dei fratelli Wright

Neil Armstrong è deceduto nel 2012. Nel suo PPK (Personal Preference Kit) volle tenere un pezzo di legno dell'elica dell'aereo dei fratelli Wright del 1903 e un pezzo di tessuto dell'ala. Inoltre aveva con sé i distintivi di astronauta, arricchiti di diamanti, originariamente donati da Deke Slayton alle vedove dell'equipaggio dell'Apollo 1. Michael Collins e Buzz Aldrin sono invece ancora in vita. L'emblema della missione fu ideato da Collins, che volle rappresentare simbolicamente un "allunaggio pacifico degli Stati Uniti". Rappresentò quindi un'aquila calva, con un ramo d'ulivo nel becco, che atterrava su un paesaggio lunare e con una vista della Terra in lontananza. Alcuni funzionari della NASA ritennero che gli artigli dell'aquila sembrassero troppo bellicosi e dopo qualche discussione, il ramo d'ulivo fu spostato negli artigli.

Neil Armstrong, il primo uomo a posare piede sulla Luna

L'equipaggio scelse di non utilizzare il numero romano "XI", ma preferì utilizzare l'"11" arabo, temendo che il primo potesse non essere compreso in alcune nazioni. Inoltre, scelsero di non indicare i loro nomi sull'emblema, affinché esso fosse "rappresentativo di tutti coloro che avevano lavorato per permettere la missione". In una serie di interviste rilasciate da Dean Armstrong, fratello di Neil, alla BBC e riprese dal quotidiano The Telegraph, è emerso che l'astronauta più famoso di tutti i tempi aveva pensato a cosa dire in quell'occasione speciale già qualche tempo prima di partire per la missione. Una sera, durante una partita a Risiko, l'astronauta passò a Dean un biglietto contenente la frase "One small step for a man, one giant leap for mankind". "Cosa ne pensi?", chiese Neil, e il fratello non poté che ammettere che era una frase perfetta.

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Elvis Presley, quel camionista diventato re del rock and Roll

La scomparsa di Elvis Presley il 16 agosto del '77

È stato uno dei più celebri cantanti del Novecento, una vera e propria icona culturale, fonte di ispirazione per molti musicisti e interpreti di rock and roll e rockabilly. Tanto da meritarsi l'appellativo de il 'Re del Rock and Roll' o 'The King'. Elvis Presley, scomparso a Memphis il 16 agosto 1977, a soli 42 anni, è entrato per sempre nella leggenda. E a distanza di quarantuno anni, nello stesso giorno se ne è andata un'altra icona della musica, Aretha Franklin, stroncata a 76 anni da un male incurabile. Elvis, come la 'Regina del soul' ha lasciato un segno indelebile impossibile da sostituire. Insostituibile la sua presenza scenica e la mimica delle sue esibizioni. Quei movimenti oscillatori e rotatori del bacino, che oltre a destare scandalo in qualcuno, gli valsero l'appellativo di 'Elvis the Pelvis'.

Elvis Presley, quel camionista diventato re del rock and Roll

Un soprannome che a Elvis non piaceva, come ammise durante le rare interviste concesse all'inizio della sua carriera. Poliedrico e multiforme nella sua attività musicale nell'arco di oltre un ventennio. La sua notevole produzione discografica, la sua intensa attività concertistica e i suoi molteplici interessi hanno spaziato dal rock and roll, di cui è l'idolo indiscusso, ai generi rhythm and blues, country and western, gospel e spiritual. Ma anche melodico e pop. In molti in Italia si sono ispirati a lui. Da Adriano Celentano, a Little Tony a Bobby Solo. Perché Elvis 'The King' nell'immaginario collettivo, ha oltrepassato nettamente il confine che divide un fenomeno prettamente musicale da quello tipico della cultura pop, diventando una vera icona culturale.

La storia di 'The King', icona senza tempo

Dopo la sua morte, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite, il fenomeno Elvis non ha mai smesso di esistere. Anzi, si è ulteriormente intensificato, rendendo Presley un vero e proprio simbolo di culto e venerazione per molti fan. Eccetto sei concerti tenuti in Canada verso la fine degli anni Cinquanta, il 'Re del Rock and Roll' non si è mai esibito fuori dagli Stati Uniti. Eppure è diventato leggenda intramontabile. In ventiquattro anni di carriera ha pubblicato sessantuno album, vendendo oltre un miliardo di copie in tutto il mondo e conquistando il record di dischi venduti da un solo cantante. Una vera e propria miniera d'oro il suo talento, dopo un'infanzia non facile e disagiata. Cresciuto in una famiglia molto povera, in una modesta dimora nelle vicinanze di Tupelo diventata in seguito meta di pellegrinaggio per i suoi fan, come del resto la ben più famosa 'Graceland' a Memphis.

Elvis Presley, quel camionista diventato re del rock and Roll

Per migliorare le sue condizioni economiche e quelle della sua famiglia, iniziò a lavorare come camionista. Un giorno, transitando casualmente per la Union Street, la via dove si affacciava la sede dello studio di una modesta casa discografica, denominata 'Sun Records', scoprì che chiunque, recandosi presso la stessa e sborsando una somma irrisoria, poteva registrare un disco dimostrativo. Poteva poi portarselo a casa, e magari ascoltarlo con il proprio grammofono tra le mura domestiche. Registrò un disco, una vecchia ballata dal titolo 'My Happiness', da regalare a sua madre per il compleanno. Le sue doti furono subito apprezzate. La  'Sun Records' lo ingaggiò. Egli incise brani come 'That's All Right (Mama)', 'Good Rockin' Tonight', 'Baby Let's Play House', diventati dei classici.

I successi di 'Elvis the Pelvis'

Nel '55  Elvis venne ceduto al colosso discografico della 'Radio Corporation of America', per l'allora cifra record di circa 35 mila dollari. Curiosamente, il primo singolo che il cantante incise sotto l'egida della RCA non venne tratto da un brano di genere Rock and roll ma da una canzone di netta ispirazione blues, dal titolo 'Heartbreak Hotel' (L'Hotel dei cuori spezzati), che ottenne un ottimo riscontro di carattere commerciale a livello internazionale. Poi la consacrazione con la sua partecipazione agli show televisivi. In particolare al 'Milton Berle Show', con più di quaranta milioni di spettatori incollati alla tv per vederlo cantare. Nel '57, all''Ed Sullivan show', riscosse un successo clamoroso, ma la sua esibizione venne parzialmente censurata. Venne ripreso dalla cintola in su, onde evitare di inquadrare i suoi famosi e sconvenienti movimenti pelvici, giudicati osceni dai benpensanti.

Elvis Presley, quel camionista diventato re del rock and Roll

"Io non penso di essere male per la gente. Se avessi pensato di esserlo, sarei tornato alla guida di un camion", rispondeva Elvis alle polemiche. Era il periodo in cui furono incisi i suoi più grandi successi discografici. 'Heartbreak Hotel' (5 milioni di copie), 'Jailhouse Rock' (che come singolo ha venduto più di 9 milioni di copie), 'Hound Dog' (13 milioni), 'Love Me Tender' (5 milioni), 'All Shook Up' (7 milioni). Con record di vendita spesso imbattuti. Elvis non fu solo cantante. Fu anche attore. Pur non essendo apprezzato dalla critica per le doti recitative, Presley interpretò 33 film, grazie alla sua presenza scenica, ma i produttori decisero di apportare alcune modifiche al suo look. I capelli, naturalmente rossi, vennero tinti di nero corvino e il viso, molto pallido, venne truccato con abbondante fard. È così, con quell'aria patinata da Divo, che tutto il mondo ricorda il re del rock.

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Addio a Aretha Franklin, la 'Regina del Soul'

Aretha Franklin è scomparsa a 76 anni

Musica in lutto per la 'Regina del Soul', ribattezzata anche 'Lady Soul' per la sua capacità di essere unica in questo genere qualsiasi cosa cantasse e per le sue enormi qualità vocali. Aretha Louise Franklin, icona della musica gospel, soul e R&B, è scomparsa oggi, 16 agosto 2018, nella sua casa di Detroit. La soul singer, 76 anni, è morta per un cancro al pancreas che aveva dichiarato di avere qualche anno fa. Un successo indiscusso quello di 'Lady Soul', che si è aggiudicata ben ventuno premi Grammy (otto dei quali vinti consecutivamente nella stessa categoria dal '68 al '75). Tanto che in quel periodo il premio veniva chiamato 'The Aretha Award', ossia 'Il premio Aretha'.

Nel 1987, la cantautrice e pianista statunitense la cui voce è stata definita una "meraviglia della natura", è stata la prima donna a entrare a far parte della 'Rock and Roll Hall of Fame'. La storia del Novecento è scandita e avvolta dalla sua epica voce. Difficile immaginare un mondo che non sia girato sulle note di 'Natural Woman', 'Respect', 'Think' o 'Say a Little prayer'. Canzoni che hanno lasciato il segno e raccontato epoche, tempi e costumi. Senza se e senza ma. In una classifica stilata nel 2010 dalla rivista Rolling Stone tra i '100 Greatest Singers' la 'Regina del Soul' si è piazzata al primo posto assoluto. Soul, gospel, blues, ma anche pop, rock, jazz. Aretha è stata un modello interpretativo e vocale raffinato e unico per chiunque abbia scelto e abbracciato con passione questo mestiere. 

La voce unica di 'Lady Soul', dai primi passi al successo

Aretha aveva mostrato sin da ragazzina la sua passione per il gospel e grande determinazione nel voler entrare nel mondo della musica come professionista. Le sue prime registrazioni erano state realizzate con incisioni delle funzioni religiose del padre da parte della JVB/Battles. Quattordicenne, la futura regina del soul aveva seguito il padre durante un viaggio di predicazione, sfoggiando il proprio repertorio gospel. Il successo era arrivato però nel bel mezzo della rivoluzione giovanile del '68, quando vincendo per otto anni consecutivi il Grammy era diventata un simbolo indiscusso. Sia del 'black power', con la sua voce che trasudava sentimenti di libertà per il popolo nero, sia per le donne, come icona di indipendenza ed emancipazione.

Di quegli anni è la già citata 'Respect', diventata la sua canzone simbolo, tra i singoli di successo impressi nella storia. Una carriera sfavillante oscurata negli anni Settanta, quando il dilagare della disco music l'aveva apparentemente messa da parte. Il ritorno trionfale sulla scena, negli anni Ottanta, con il successo del film 'The Blues Brothers', che ha trasformato la sua 'Think' in un cult movie senza tempo. Nella pellicola interpretava la parte della moglie di Matt 'guitar' Murphy ed eseguiva la celebre canzone. Poi, nel 1982 l'album 'Jump to It', che l'aveva riportata in cima alle classifiche. Erano gli anni dei duetti 'Sisters Are Doing for Themselves' con gli Eurythmics e 'I Knew You Were Waiting (For Me)' con George Michael.

Gli ultimi anni della 'Regina del Soul' e la malattia

Aretha Franklin non era una voce qualsiasi, era la voce. 'The Voice', come Frank Sinatra, squisitamente brillante e pulita. Ed era capace di sorprendere sempre. Ai Grammy del 1998 aveva sostituito Luciano Pavarotti (colpito da un malessere), improvvisando in venti minuti un'interpretazione del 'Nessun dorma'. Con una tonalità originale e cantando la prima strofa in italiano. Performance considerata tra le più grandi esibizioni di sempre ai premi americani. Sorprendente e forte. La 'Regina del Soul' non si è mai arresa. Neppure quando nel 2010 le era stato diagnosticato un cancro al pancreas. L'anno successivo aveva fatto sapere di essere perfettamente guarita.

E invece no. Il peggioramento delle sue condizioni di salute l'aveva costretta a cancellare una serie di concerti nel 2017. Sempre lo scorso anno aveva annunciato il suo ritiro dalle scene, sottolineando che avrebbe continuato ad incidere. Il suo ultimo concerto, nel giugno 2017: aveva salutato il pubblico con una frase: "per favore tenetemi presente nelle vostre preghiere". Per il suo pubblico sarà impossibile dimenticare questa artista straordinaria che ha venduto oltre 75 milioni di dischi nel mondo e lasciato un segno indelebile nella storia della musica e non solo.

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Enzo Ferrari, il mito dietro il cavallino rampante

La scomparsa di Enzo Ferrari il 14 agosto del 1988

'Il cavaliere', 'Il commendatore', 'l'ingegnere', 'Il mago', 'Il patriarca', 'Il grande vecchio' o 'Il Drake'. Tanti appellativi per Enzo Ferrari, un uomo simbolo dell'imprenditoria italiana, pilota e fondatore dell'omonima casa automobilistica, scomparso il 14 agosto di trent'anni fa. Il 'Drake', soprannome riferito al celebre corsaro Francis Drake coniato dagli avversari inglesi nel secondo dopoguerra, sarebbe derivato dalla capacità e determinazione di Ferrari nel perseguire e cogliere risultati sportivi di portata assai superiore alla sua piccola azienda. Con una gestione quasi dittatoriale del suo team e, a volte, ponendosi al confine dei limiti imposti dai regolamenti tecnici. Determinazione, audacia e ironia. Quando negli anni Cinquanta i giornalisti gli chiedevano se la sua auto personale fosse una Ferrari, il Drake rispondeva: "No, purtroppo non me la posso permettere".

Enzo Ferrari, il mito dietro il cavallino rampante

Eppure tutto il mondo conosce le prodezze e i successi della Scuderia Ferrari, che in Formula 1 aveva conquistato, con lui ancora in vita, nove campionati del mondo piloti e otto campionati del mondo costruttori. Un personaggio la cui storia si è incrociata con quella del nostro Paese. Tra le curiosità legate a Enzo Ferrari, quella del nome originario della nota casa automobilistica, in origine la Auto Avio Costruzioni (AAC) con sede a Modena. Diventata poi dopo la guerra la Scuderia Ferrari. E quella delle origini del simbolo della Scuderia di Maranello: una riproduzione del cavallino rampante dipinto sull'aereo del maggiore Francesco Baracca, asso dell’aviazione durante la Grande guerra. Nonostante il legame con il mondo dell'aviazione, il cavaliere non prese mai un aereo.

La storia di Drake, fiore all'occhiello del Belpaese

Niente aerei, la sua passione si è sempre riversata sulle automobili, come sportivo e come produttore. Un imprenditore amato, fiore all'occhiello del Belpaese. Tanto che era stato più volte proposto per il titolo di senatore a vita. La candidatura più pressante era stata avanzata congiuntamente sulla stampa da Enzo Biagi e Indro Montanelli, che avevano rivolto appelli direttamente al Presidente della Repubblica. Richiesta non accolta da Sandro Pertini che affermò: "Uno come Ferrari non ha bisogno del laticlavio". E poi la carriera di pilota, sulla quale Ferrari era fortemente autocritico. Intervistato da Enzo Biagi, l'ingegnere disse: "Volevo essere un grande pilota, e non lo sono stato". Una carriera iniziata all'età di 21 anni, per la neonata casa automobilistica CMN-Costruzioni Meccaniche Nazionali che lo aveva visto in seguito legato all'Alfa Romeo, per un totale di 41 gare con alterna fortuna.

Una carriera conclusasi nel 1931 con l'arrivo del suo primo figlio Dino Ferrari. "Quando la vita mi mise di fronte al fatto compiuto, a mio figlio - raccontò poi il cavaliere -, fui indotto alla meditazione. Mio figlio poteva contare su un modesto benessere, frutto della mia complessa attività. Ma mio figlio aveva il diritto di aspettarsi da me anche altro". Il personaggio di successo ma anche l'uomo. Enzo Ferrari era tanti volti. Anche quello di un pioniere, come dimostra la laurea honoris causa in fisica, attribuitagli dall'Università di Modena e Reggio Emilia. Per essere stato un "autentico pioniere, in un'attività intensa e produttiva nella fisica dello stato solido con particolare riferimento alla produzione e alla sperimentazione di nuovi materiali metallici". 

Un museo per raccontare il cavallino rampante, simbolo del Made in Italy

Il primo titolo mondiale di F1 della Scuderia Ferrari era arrivato nel '52 con Alberto Ascari. La conversione di Ferrari pilota e direttore di scuderia sportiva in industriale dell'automobile era stata stimolata dall'amicizia-competizione con Adolfo Orsi, proprietario della Maserati. E soprattutto con Vittorio Stanguellini, il modenese che alla fine degli anni Quaranta dominava i circuiti del mondo con le auto FIAT abilmente modificate. Testimonianze modenesi attestano che Ferrari si sarebbe avvalso dell'esperienza delle officine di Stanguellini usufruendo anche di tecnici dell'amico-avversario. Il successo di questa nuova attività del cavaliere è diventato storia.

Enzo Ferrari, il mito dietro il cavallino rampante

A ridosso della casa natale del 'Drake' è stato inaugurato il 10 marzo 2012 il Museo Enzo Ferrari. Il progetto ha previsto la realizzazione di una struttura di nuova concezione per l'esposizione di autovetture importanti per la carriera del mito. E all'interno dell'officina del padre Alfredo, è stato realizzato un percorso fatto di filmati, immagini e effetti personali che fanno rivivere la vita di un simbolo del Made in Italy e della creatività italiana. A trent'anni dalla sua morte il mito non è mai tramontato. Era il 14 agosto 1988: poco meno di un mese dopo, al Gran Premio d'Italia di Formula 1 a Monza, Gerhard Berger e Michele Alboreto con le due Ferrari si piazzarono al primo e al secondo posto. La vittoria fu dedicata, neanche a dirlo, alla memoria di Enzo Ferrari.

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Robin Williams e quell'attimo fuggente

Quattro anni fa la scomparsa di un attore eclettico e geniale

Da Mork, l'alieno umanoide arrivato sulla Terra dal pianeta Ork su un'astronave a forma di uovo. Al professor John Keating, tenace, rivoluzionario e fuori dagli schemi in un liceo vecchio stile e conservatore. E ancora, papà e domestica con un duplice ruolo da trasformista eccellente in Mrs. Doubtfire, e nei panni del re della risoterapia, Patch Adams. Tanti ruoli per un attore eclettico e geniale, Robin Williams, scomparso l'11 agosto di quattro anni fa. Il professore, così profondo, immortalato per sempre ne 'L'attimo fuggente', così coraggioso nell'esortare i suoi studenti a cogliere l'attimo, ha mostrato al mondo il volto della fragilità umana. Quella di non reggere il peso della malattia. Affetto da una patologia neurodegenerativa, chiamata demenza da corpi di Lewy, Williams era imprigionato in frequenti allucinazioni visive. Così, nell'estate del 2014, ha compiuto il gesto estremo.

Suicidio, come accertato dalle indagini dopo la tragedia. Durante l'ultimo anno, come ha raccontato la moglie Susan, l'attore era stato vittima di allucinazioni, tremore alla mano sinistra, insonnia e attacchi di panico. Non solo, Williams aveva avuto crisi di paranoia e perdite di memoria, che lo avevano colpito per la prima volta sul set di 'Una notte al museo 3'. Ma l'ultimo giorno della sua vita, sempre secondo la testimonianza di Susan, era lucido e tranquillo, tanto da non fare sospettare nulla di quello che sarebbe accaduto. Eppure chi gli stava intorno conosceva la sua sofferenza. "Se fosse stato fortunato - ha confessato la moglie - Robin avrebbe avuto forse altri tre anni di vita. Ma sarebbero stati anni duri e con una buona probabilità sarebbe stato rinchiuso. Robin era consapevole del fatto che stesse impazzendo e che non potesse farci niente, era del tutto lucido e sobrio quando è morto".

Dall'alieno Mork a Mrs. Doubtfire, i ruoli di una carriera al top

Originario di Chicago, classe '51, Williams aveva avuto una formazione teatrale. La sua popolarità televisiva era arrivata alla fine degli anni Settanta, interpretando l'alieno Mork nella serie televisiva 'Mork & Mindy'. Ma la sua consacrazione era avvenuta tra gli anni Ottanta e l'inizio del Duemila, interpretando ruoli prevalentemente brillanti che gli erano valsi la fama di interprete dalla comicità debordante e fulminante. Ma anche di attore intenso e misurato. Candidato all'Oscar per le sue interpretazioni di Adrian Cronauer in 'Good Morning, Vietnam', del professor Keating ne 'L'attimo fuggente', si era aggiudicato la statuetta nel '98, vestendo i panni dello psicologo Sean McGuire in 'Will Hunting - Genio ribelle', girato l'anno precedente accanto a Matt Damon e Ben Affleck.

E ancora, Robin era quel volto rassicurante protagonista immancabile dei film per famiglie. Dagli avventurosi 'Hook - Capitan Uncino', e 'Jumanji', alle commedie drammatiche 'Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre', e 'Patch Adams', ma anche dei thriller 'One Hour Photo' e 'Insomnia'. Un successo per ogni ruolo e per ogni genere che interpretava, soprattutto grazie alle sue celebri abilità di improvvisatore. Istrionico, tra comicità e dramma. Ma la parte peggiore da interpretare è arrivata con la malattia. "Ho visto l'uomo più coraggioso del mondo alle prese con il ruolo più difficile della sua vita", aveva detto la moglie Susan ricordando come nel 2013 fossero comparsi i primi sintomi. Quando, all'improvviso, mentre l'attore era sul set aveva perso la memoria. Non ricordava neppure una battuta.

Robin Williams e il tema della morte

"Sulla mia lapide ci sarà scritto solo 1951-2014. Non l'avevo ancora capito ma il problema non sono le date, è il trattino". Una frase pronunciata da Robin Williams nella finzione del personaggio del suo ultimo suo film, 'The Angriest Man In Brooklyn' di Phil Alden Robinson. Ma la coincidenza delle date di nascita e di morte del celebre attore, dopo la sua scomparsa, hanno assunto tutto un altro significato. Lui che aveva interpretato spesso ruoli che avevano a che fare con la morte. Era già successo nel 1988 con 'Al di là dei sogni' di Vincent Ward e 'Patch Adams' di Tom Shadyac. Poi con  'L'uomo bicentenario' di Chris Columbus. Votato tredicesimo nella lista della 'Comedy Central's' tra i cento più grandi comici di tutti i tempi, Robin sapeva anche commuovere.

Come quando, in una scena de 'L'Attimo fuggente', il professor John Keating era stato cacciato dalla scuola. Lasciando l’aula per l’ultima volta, i suoi ragazzi gli avevano reso omaggio, uno dopo l’altro, salendo in piedi sul banco ed esclamando: "Capitano, mio capitano!". E lui, in quella lezione universale di vita, li incitava con una frase che è diventata un mantra del cinema: "Cogliete l'attimo, ragazzi. Rendete straordinarie le vostre vite". Nel documentario recente a lui dedicato, 'Come Inside My Mind', c’è Robin Williams, la sua mente, la sua vita, i suoi amici. Il segreto, che ci rivela il documentario, è che Robin Williams parlava ai suoi personaggi. Perché tutti loro erano dentro di lui. Come nei suoi film, si piange e si ride. E ti viene voglia di salire in piedi sulla sedia, come nel finale de 'L’attimo fuggente'.

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Tazio Nuvolari: "Correrai più veloce per le vie del cielo"

Sessantacinque anni fa la scomparsa del 'Mantovano volante'

"Correrai ancor più veloce per le vie del cielo". Sulla tomba di Tazio Giorgio Nuvolari, scomparso l'11 agosto del '53, campeggia questa frase che racchiude tutta la vita di quello che Ferdinand Porsche ha definito il "più grande corridore del passato, del presente e del futuro". Pilota motociclistico e automobilistico mantovano, la sua carriera sportiva ha abbracciato un trentennio dal 1920 al 1950, con l'interruzione di oltre sei anni a causa del secondo conflitto mondiale. La carriera di quello che sarà ricordato dalla stampa e dagli appassionati con gli pseudonimi di 'Mantovano volante' e di 'Nivola', fu tutt'altro che in discesa. Nei primi anni di corse Nuvolari dovette superare molte difficoltà e inseguire per lungo tempo quei successi che non volevano arrivare. Poi la nascita della leggenda. Tanti episodi memorabili di questo fuoriclasse del motore, a cui Enzo Ferrari aveva attribuito l'invenzione della tecnica della sbandata controllata.

Solo lui sapeva affrontare le curve con un secco colpo di sterzo, facendo slittare le ruote posteriori verso l'esterno, quindi controsterzava e schiacciava l'acceleratore a tavoletta. In questo modo usciva di curva con la macchina già rivolta verso il rettilineo e in piena accelerazione, a velocità maggiore di chiunque altro. Questa tecnica, che non ha più ragion d'essere nelle auto a ruote scoperte a causa dell'avvento dell'aerodinamica, viene invece ancora oggi usata nei rally. Nuvolari era il pilota delle prime volte e della suspance. Come quando nel '31, al circuito delle Tre Province, durante la gara aveva superato un passaggio a livello a velocità sostenute, riportando la rottura della molla di richiamo dell'acceleratore della sua Alfa Romeo. Per proseguire la corsa Nuvolari aveva guidato controllando sterzo, freno e frizione, mentre il meccanico regolava l'acceleratore, tramite la cintura dei pantaloni fatta passare attraverso il cofano. Una tecnica di guida ai limiti del praticabile, eppure aveva vinto superando un incredulo Enzo Ferrari di 32 secondi.

Gli inizi della carriera unica del 'Campionissimo' 

Nuvolari, originario del mantovano, classe 1892, a 27 anni aveva ottenuto la licenza di pilota di moto da corsa. Prima l'inizio con le gare motociclistiche poi, grazie all'amicizia con Deo Chiribiri, pilota e comproprietario dell'omonima azienda, Tazio era riuscito a procurarsi immediatamente un volante. Nel '24, sul circuito del Tigullio, fu protagonista di una vittoria conquistata in maniera alquanto rocambolesca. Condusse una gara estremamente tirata, uscendo spesso di pista e fermandosi, in alcuni casi, a picco sul mare. Poi l'ingaggio alla Bianchi. Nonostante l'enorme popolarità conseguita nel mondo delle due ruote e il soprannome di 'Campionissimo' che gli venne attribuito in quel periodo, Nuvolari era sempre più attratto dalle corse automobilistiche. E nel corso del 1927 si preparava a rompere l'esclusiva che lo legava alla Bianchi. Decise di creare una propria squadra automobilistica per disputare i vari Gran Premi. Acquistò quattro Bugatti, e per finanziarsi vendette un podere che avrebbe ereditato dal padre.

La stagione iniziò trionfalmente per Nuvolari, che si impose al debutto al Gran Premio di Tripoli conquistando il primo successo internazionale. Poi la consacrazione con l'Alfa Romeo, con cui vinse la prestigiosa Targa Florio, in Sicilia. La sua fama crebbe ulteriormente e il famoso poeta Gabriele D'Annunzio, alla fine dell'aprile 1932, lo invitò al Vittoriale per fargli dono di una piccola tartaruga d'oro con la dedica 'all'uomo più veloce, l'animale più lento'. Gli chiese in cambio di vincere la Targa Florio che si sarebbe disputata dopo due settimane. Il pilota fu stupito della richiesta e rispose: "Io corro solo per questo". La tartaruga divenne il suo portafortuna e la fece cucire poi sulla destra del petto sulla divisa ufficiale. Il successivo 8 maggio, Nuvolari tagliò per primo il traguardo della gara siciliana, a bordo dell'Alfa Romeo 8C-2300 della Scuderia Ferrari. Sempre nello stesso anno, riuscì ad aggiudicarsi anche Gran Premi di Monaco, di Francia e d'Italia.

Le vittorie incredibili di Tazio Nuvolari 

Il più grande corridore di tutti i tempi ha incassato tante, troppe vittorie spettacolari. Come quando durante il Gran Premio di Montecarlo, nel '35, corse sotto una pioggia battente. Un pilota ruppe il circuito dell'olio della propria autovettura e inondò la pista in una doppia curva a S già scivolosa per l'acqua. I cinque corridori successivi, man mano che sopraggiungevano, perdevano aderenza e scontrandosi tra loro o con le barriere disseminarono quel punto della pista di rottami. Nuvolari, sopraggiunto per sesto, riuscì derapando in velocità a mantenere comunque il controllo della sua vettura, percorrendo una particolare traiettoria che gli consentì di uscire dalla doppia curva. Schivando tutti i rottami con la precisione di alcuni centimetri.

E nel '48, all'età di cinquantasei anni, a sorpresa Nuvolari prese il via della Mille Miglia con una Ferrari 166 SC. Prima che problemi meccanici lo costringessero al ritiro, nel primo tratto di gara fece segnare il miglior tempo assoluto. Fece togliere prima il cofano motore per ovviare a una chiusura imperfetta, poi volò via un parafango. Poi si ruppe il supporto del sedile del meccanico e infine, dopo una derapata troppo accentuata si incrinò l'occhio (supporto) di una balestra. Ed Enzo Ferrari, dato che il pilota non intendeva far effettuare una riparazione per non perdere la testa della classifica, gli impose di fermarsi e di ritirarsi vicino a Reggio Emilia. Nuvolari non annunciò mai formalmente il suo ritiro, ma la sua salute andava deteriorandosi e divenne sempre più solitario. Nel '52 venne colpito da un ictus che lo lasciò parzialmente paralizzato, e morì un anno più tardi, l'11 agosto, a causa di un altro ictus.

L'addio al 'Mantovano volante'

Il Campionissimo non c'era più. Tutta la città di Mantova partecipò ai suoi funerali, con quasi 55mila fan del pilota più forte di sempre. Il corteo funebre era lungo alcuni chilometri e la bara di Nuvolari fu messa su un telaio di macchina scortato da Alberto Ascari, Luigi Villoresi e Juan Manuel Fangio. Secondo le sue volontà, fu sepolto nel Cimitero monumentale di Mantova, con gli abiti che indossava sempre scaramanticamente in corsa: il maglione giallo con il suo monogramma, i pantaloni azzurri e il gilet di pelle marrone. Al fianco, il suo volante preferito. Oltre ai tanti cittadini, ai tifosi, alla gente comune, c'era anche Enzo Ferrari.

L'Alfa Romeo 8C-35 di Nuvolari fu venduta all'asta a oltre 7 milioni di euro durante il 'Goodwood Revival' del 2013. E questo ne ha fatto l'Alfa Romeo più costosa di sempre. Tanti gli omaggi al pilota più forte di tutti i tempi. Uno tra tutti. Secondo Casadei, fondatore dell'omonima famosa orchestra, scrisse nel 1930 insieme a Primo Lucchi una canzone, un ritmo allegro, dal titolo Nuvolari, dedicata al grande campione. Nel suo diario, Casadei racconta che si trovava insieme all'amico Lucchi ad aspettare la Mille Miglia, in attesa di vedere sfrecciare il pilota. A entrambi venne in mente un motivo, e, non avendo altro, misero giù note e testo sulla carta gialla che avvolgeva i loro panini. Anche Lucio Dalla, in una canzone a lui dedicata, saluta così il campione: "Quando corre Nuvolari mette paura, perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura".

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Domenico Modugno, volare nel blu dipinto di blu

Ventiquattro anni senza 'Mr. Volare'

"In una stazione radio del Michigan o dell'Indiana, chi si ricorda, arrivò un signore con il disco mio e lo mandò in onda: il giorno dopo arrivarono duemila telefonate di gente che voleva risentirlo. Lo rimandò in onda: il giorno appresso altre duemila telefonate. L'exploit di 'Volare' nacque così". Un aneddoto raccontato spesso da Domenico Modugno, cantautore e attore simbolo di orgoglio nazionale amato in tutto il mondo per quelle note sussurrate 'Nel blu dipinto di blu'. Scomparso a Lampedusa il 6 agosto del '94, Modugno era stato ribattezzato 'Mr. Volare' per quel capolavoro che ha venduto 800mila copie solo in Italia e oltre 22 milioni nel mondo. Canzone con cui, nel '58, aveva vinto Sanremo (vinse ben quattro volte sul palco dell'Ariston). Considerato uno dei padri della canzone italiana, ma anche uno tra i più prolifici artisti in generale, con circa 230 canzoni scritte e incise, 38 film interpretati per il cinema e 7 per la televisione, tredici spettacoli teatrali.

Non basta. Modugno è anche uno dei due cantanti italiani, insieme a Renato Carosone, ad aver venduto dischi negli Stati Uniti senza inciderli in inglese. È tra gli artisti del Belpaese ad aver venduto più dischi, con oltre 70 milioni di copie. Il suo successo di sempre, 'Nel blu dipinto di blu', secondo i dati riportati dalla SIAE, è stata la canzone italiana più eseguita al mondo dal '58 a oggi. Originario di Polignano a mare, classe '28, Mimì (così lo chiamavano in famiglia) durante l'adolescenza impara a suonare la chitarra, grazie agli insegnamenti del padre, e la fisarmonica. Nel '47 si trasferisce, all'insaputa del padre, a Torino per cercare fortuna. Lavora prima come cameriere e poi come apprendista gommista, alloggiando in una baracca in affitto. Poi il servizio militare a Bologna, e il ritorno a casa in Puglia. Si lascia crescere i baffi e comincia a esibirsi con la fisarmonica nelle serenate alle ragazze, conquistandosi la fama di sciupafemmine.

Domenico Modugno e la storia di una carriera eccezionale

La carriera di Modugno decolla negli anni Cinquanta. Si è trasferito a Roma, dove vince una borsa di studio da cinquantamila lire al mese alla scuola per attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Qui conosce una giovane aspirante attrice siciliana, Franca Gandolfi, che diventerà poi sua moglie nel '55. La sera comincia a esibirsi al Circolo Artistico di via Margutta, con un repertorio di canzoni in dialetto salentino di sua composizione e di brani popolari. Poi le prime comparse cinematografiche e un contratto discografico con l'RCA Italiana, per la quale comincia a pubblicare i primi dischi a 78 giri e a 45 giri, con canzoni composte in dialetto cantando di minatori e personaggi pittoreschi. Poi i successi come 'La donna riccia' e 'Vecchio frac', canzone passata all'inizio inosservata ma poi incardinata tra le sue note più celebri.

Diviene uno dei protagonisti della musica leggera italiana e internazionale quando, con 'Nel blu dipinto di blu', trionfa al Festival di Sanremo del 1958 insieme con Johnny Dorelli. Il testo della canzone, scritto insieme con Franco Migliacci, viene tradotto in ben 13 lingue. Le versioni sulla nascita di questo capolavoro sono tante: da quella dello stesso Modugno, nel sostenere che l'idea del ritornello 'Volare, oh oh' gli era venuta una mattina osservando il cielo azzurro dalla finestra della sua casa di piazza Consalvi a Roma. A quella di Migliacci che invece affermava che l'idea era venuta a lui, osservando il quadro 'Le coq rouge' di Marc Chagall. Fatto sta che nasce una delle canzoni italiane più famose al mondo. Capace di arrivare terza all'Eurovision Song Contest e vincere tre Premi Grammy, oltre ad essere il disco dell'anno nel '58. Il cantautore conquista l'America, e nel tour negli States viene ribattezzato 'Mr. Volare'.

Dalla popolarità internazionale all'ultimo concerto a Polignano

Dal successo italiano, alla popolarità internazionale. Negli anni Sessanta 'Mr. Volare' collabora anche con Salvatore Quasimodo, che dopo averlo conosciuto lo autorizza a mettere in musica le sue due poesie 'Ora che sale il giorno' e 'Le morte chitarre'. Pier Paolo Pasolini scrive con lui il testo della canzone 'Che cosa sono le nuvole'. Modugno recita in 'Capriccio all'italiana', nell'episodio 'Cosa sono le nuvole', e dal titolo del film nasce anche la canzone. Nel '68 esce un altro suo successo cult, 'Meraviglioso', canzone scartata dalla giuria selezionatrice a Sanremo. "Non fu capita immediatamente", racconterà lo stesso Modugno. Inoltre, il tema del racconto di un tentativo di suicidio, proprio l'anno successivo alla tragica scomparsa di Luigi Tenco, viene giudicato inopportuno. L'anno dopo sforna un altro dei suoi successi, 'La lontananza'. Scritta con Enrica Bonaccorti, conosciuta durante l'allestimento di uno spettacolo teatrale, la canzone arriva al primo posto delle classifiche.

Domenico Modugno, volare nel blu dipinto di blu

Nel luglio '91 ha un lieve attacco cardiaco, ma l'anno dopo torna per l'ultima volta negli Stati Uniti per una tournée di sette concerti. Poi il concerto di Polignano a Mare, sua città d'origine, il 26 agosto del '93. L'ultimo grande concerto della carriera, alla presenza di 70mila persone in occasione della 'riappacificazione con i polignanesi' per essersi sempre dichiarato siciliano. La manifestazione di tre giorni chiamata 'Modugno torna a casa', ideata e diretta dal regista Gianni Torres, lo vide sfilare lungo la costa di Polignano a bordo di una barca come si fa il 15 giugno di ogni anno per il patrono locale. Alla testa di un corteo di barche, per poi attraversare il paese baciando bambini e stringendo mani a bordo della famosa Lancia Aurelia B24 del film 'Il sorpasso'. E quell'ultimo concerto, dove dichiarò davanti a tutti: "Chiedo scusa, ma per la fame avrei anche detto di essere giapponese!".

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Semplicemente Marylin Monroe, la donna oltre la Diva

Cinquantasei anni fa la scomparsa di un'icona di bellezza e stile

“Quel che ho dentro nessuno lo vede. Ho pensieri bellissimi che pesano come una lapide". Marilyn Monroe, icona assoluta di bellezza e di stile, era la bionda da molti considerata svampita. Seduzione e fascino intramontabili nello sguardo e nel suo fisico mozzafiato. Ma oltre le gambe c'era molto di più in quella donna bellissima e fragile, scomparsa il 5 agosto del '62. Oltre quell'etichetta da copertine patinate e pellicole hollywoodiane c'era la storia di Norma Jean Baker, il suo vero nome registrato all'anagrafe di Los Angeles il primo giugno del 1926. Data in adozione a sei settimane di vita, la futura Diva aveva passato parte della sua infanzia tra case famiglia affidatarie e orfanotrofi. Dopo una carriera da modella (periodo del matrimonio con James Dougherty), Marilyn era approdata al cinema nel '46. Prima parti minori, poi con le interpretazioni in 'Niagara' e 'Gli uomini preferiscono le bionde' aveva ottenuto la definitiva consacrazione internazionale. Poi il successo sempre più ampio, diventando il volto di tante altre donne racchiuse nel suo fascino.

Pellicole cult, da 'Come sposare un milionario', a 'Quando la moglie è in vacanza', fino 'A qualcuno piace caldo', per la quale aveva vinto un Golden Globe come migliore attrice. Dietro quell'espressione sempre un pò sbadata, c'era uno sguardo che si rifletteva in due volti. Quello della Marilyn diva che si muoveva sul set frantumando cuori, e quello di una donna normale, lontano dai riflettori. Due Marylin diverse, entità separate di cui l'icona pop di tutti i tempi era ben consapevole. Allo scrittore Truman Capote, che l'aveva colta di sorpresa davanti allo specchio, chiedendole cosa stesse facendo, aveva risposto "La guardo". Quando Marilyn diventava se stessa nella sua semplicità era quasi irriconoscibile, per strada, tra la gente. Ma quando si accorgevano di lei perché cambiava passo e sguardo, e si avvicinavano per un autografo, la sua risposta, candidamente era: "Avevo voglia di essere per un attimo Marilyn Monroe".

La vita di Marilyn Monroe, oltre gli stereotipi 

Dietro le frasi che le donne che interpretava le avevano affibbiato, c'era lei. “Divento intelligente quando mi serve. Ma al più degli uomini non piace". “Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce, piuttosto che su quello di una carrozza del metrò". Stereotipi di una parte che doveva interpretare, quella della bionda (tra l'altro non naturale), bella e svampita. Una star con i riflettori sempre puntati, tanto che per registrarsi negli alberghi e nelle cliniche, utilizzava pseudonimi come Zelda Zonk e Faye Miller. Un anonimato non sempre possibile, vista la sua fama. La sua vita, il matrimonio con Joe Di Maggio fallito dopo solo un anno, quello successivo con Arthur Miller, sciolto nel '58, quando era ricoverata in ospedale per esaurimento nervoso. Poi il legame con i Kennedy. Conosciuti attraverso Frank Sinatra, che a sua volta era entrato in contatto con il cognato dei fratelli della Casa Bianca.

Indimenticabile la scena, al Madison Square Garden, in cui la Diva partecipa alla festa di compleanno del presidente John F. Kennedy, e gli intona 'Happy Birthday, Mr. President', indossando un abito color carne, davanti a più di ventimila persone. Oltre a John Kennedy, Marilyn aveva frequentato anche il fratello Bob. Il suo ultimo amante, e presumibilmente il padre del bambino che l'attrice affermava di aspettare (in molti sostengono che fu costretta per questo ad abortire). Diverse fonti dicono che Bob aveva anche inizialmente promesso di sposarla, e che Marilyn andava in giro dicendo ai suoi amici che sarebbe diventata moglie di un uomo molto importante. Ma così non era stato. Problemi di salute e assenze dai set, fino alla tragedia. Marilyn Monroe era stata trovata morta, a soli trentasei anni, nella camera da letto della sua casa di Los Angeles. Senza vita, con in mano la cornetta del telefono. Scoperta dal suo psichiatra Ralph Greenson, chiamato urgentemente dalla governante dell'attrice.

Le teorie sulla morte della diva più amata di sempre

Secondo il dottor Thomas Noguchi, che aveva eseguito l'autopsia, la morte di Marilyn era con "alta probabilità" un suicidio, dovuta a un'overdose di barbiturici. Ma l'incerta ricostruzione degli eventi di quella notte, la presenza non confermata di Bob Kennedy nella casa dell'attrice la sera prima e alcune incongruenze nelle dichiarazioni dei testimoni e nel referto autoptico, avevano dato adito a molteplici interpretazioni. Tra le varie versioni formulate, venne ipotizzata la complicità dei Kennedy, che vedevano in Monroe, che si era detta pronta a confessare le loro relazioni con lei, una minaccia per la loro carriera politica oppure una vendetta della mafia americana nei confronti della famiglia Kennedy per alcune promesse fatte in campagna elettorale e non mantenute. Teorie che non hanno trovato conferme. Era stato l'ex marito Joe Di Maggio a organizzare il funerale insieme a Inez Melson, amministratrice dei beni di Marilyn, occupandosi delle spese.

Rimanendo fedele a una promessa fatta a Marilyn, Whitey Snyder, il suo visagista personale, truccò il cadavere per la cerimonia funebre. Anche Pearl Porterfield, la costumista Marjorie Plecher e la parrucchiera Agnes Flanagan si occuparono del corpo dell'attrice, mettendole sulla testa la parrucca bionda che aveva portato nel film 'Gli spostati' e vestendola con un abito verde di Emilio Pucci. La diva più amata di sempre, per chi le era stato accanto, doveva restare un simbolo di bellezza immortale. E così è stato. E lo è ancora oggi, guardando quella bionda apparentemente sbadata, ma dallo sguardo tutt'altro che superficiale immortalato da numerosi pittori e artisti pop. A partire da Andy Warhol, artista tra i più influenti del XX secolo. Del resto, contro le etichette e gli stereotipi, lo diceva lei stessa: "Il silenzio è l'unica risposta logica da poter dare agli stupidi".

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